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Ci sono alcuni santi che sembrano far breccia più facilmente nel cuore delle persone; santi ai quali ci si raccomanda con maggior frequenza, forse perché sembrano un po’ “uno di noi”. San Giuseppe, per i romani, è uno di questi santi, venerato sin dall’antichità con spontaneità e partecipazione. Come molte altre feste religiose, anche la celebrazione del 19 marzo affonda le proprie radici in una più antica ricorrenza romana: i Liberalia, riti dionisiaci di propiziazione e fertilità, a ridosso dell’equinozio di primavera. Quando, nel XV secolo, il giorno venne consacrato a San Giuseppe, il ricordo delle antiche feste votate alla rinascita e alla risorgente fecondità della natura primaverile gettò la propria lunga e gioiosa ombra: l’umile ed infaticabile lavoratore, padre putativo di Gesù, patrono dei falegnami, protettore dei poveri era celebrato con riti solenni, lunghe processioni e ricchissimi banchetti a base di frittelle. L’intera città si riempiva di piccole rivendite ambulanti di fritti, si suonava, si ballava e si intonavano stornelli. Epicentro delle celebrazioni era la chiesa di San Giuseppe al Trionfale, dove, fino agli anni Sessanta del secolo scorso si organizzava una processione, con la statua del santo portata a spalla dai fedeli in corteo. Era una cerimonia cui i romani partecipavano massicciamente, con devozione e allegria, tanto da ispirare una piccola preghiera in versi a Checco Durante :

San Giuseppe Frittellaro
tanto bbono e ttanto caro,
tu cche ssei così ppotente
da ajutà la pora ggente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza:
fa sparì dda su la tera
chi ddesidera la guera.

Oggi, di quella grande ricorrenza popolare, non ci resta che l’usanza di mangiare bignè fritti, festeggiando in casa i propri genitori.

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