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L’Egitto de’ noantri: la Piramide Cestia

Al contrario di quello che in molti credono, la grande piramide in calcestruzzo rivestito da lastre di marmo che svetta nei pressi di Porta San Paolo, non è affatto un esemplare egiziano ricostruito nella Roma Caput Mundi per volere di un eccentrico Imperatore. E’ una tomba, per l’esattezza la tomba di Gaio Cestio Epulone, che costrinse i suoi cari ad erigerla in soli 333 giorni, pena la perdita della sostanziosa eredità, come ricorda un’iscrizione sul lato orientale dell’edificio. All’interno, la piccola camera funeraria voltata a botte, presenta delicate decorazioni in stile pompeiano dipinte sullo stucco bianco: anfore e sacerdotesse sulle pareti; quattro piccole Nike (vittorie alate) sulla volta. La parete di fondo doveva ospitare il ritratto del defunto, ma ora è occupata da un desolante, grande buco praticato da ‘tombaroli’. La fortuna iconografica della Piramide Cestia ebbe inizio nel XVII secolo, quando i viaggiatori rimasero sorpresi ed affascinati dal suo aspetto ‘esotico’. Persino Francesco Borromini (con Bernini, uno dei Dioscuri del barocco romano) le dedicò attenzione, progettando di trasformare la piccola camera funeraria in una chiesa. Non se ne fece mai nulla, ma, in compenso, si prese l’abitudine di seppellire ai suoi piedi gli stranieri residenti in città: nacque così il primo nucleo del bellissimo Cimitero Acattolico di Roma, ufficializzato nel 1821 come Cimitero degli Inglesi.

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