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Il sindaco e la colonia felina: nun c’è trippa pe’ gatti…

Secondo le valutazioni di numerosi storici, Ernesto Nathan è stato uno dei migliori sindaci della capitale.

Di madre italiana e padre inglese, nato a Londra e trasferitosi in Italia alla morte di quest’ultimo, nel 1859, mazziniano convinto e liberale, Nathan salì al Campidoglio nel novembre del 1907, lasciando un’impronta indelebile nella storia della città: avviò un’opera di intensa edilizia scolastica, municipalizzò i servizi pubblici (a lui si deve la fondazione di quelle che sarebbero poi divenute l’ATAC e l’ACEA), approvò il primo piano regolatore, promulgò una democrazia partecipativa che accrebbe i consensi intorno alla sua giunta.

Ma per far quadrare i conti, Nathan dovette operare anche numerosi tagli alle spese. Quando un funzionario gli sottopose il bilancio del comune per la firma, l’occhio del sindaco cadde su una voce bizzarra: “frattaglie per i gatti”.

Alla sua richiesta di spiegazioni, si sentì rispondere che quella cifra piuttosto ingente era destinata al mantenimento della colonia felina del Campidoglio, il cui compito sarebbe stato, in teoria, quello di cacciare i topi che rosicchiavano i documenti custoditi negli uffici e negli archivi. Nathan sospirò.

Era una spesa gravosa e inutile: per saziarsi, i gatti si sarebbero dovuti accontentare dei roditori che riuscivano ad afferrare. D’altra parte stavano lì per questo. Prese la penna e cancellò la voce di spesa, annotando a margine “non c’è trippa per gatti”.

Nathan non lo sapeva, ma aveva appena coniato uno dei modi di dire romaneschi più popolari e longevi.

Perché ancora oggi, quando non c’è proprio verso di ottenere qualcosa e tocca cercare da qualche altra parte, noi romani ci ripetiamo a denti stretti “nun c’è trippa pe’ gatti”.

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