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I pasti degli antichi romani – parte I

Proprio come la nostra, la giornata di un antico romano: la prima colazione (ientaculum), la colazione di mezzogiorno (prantium) e la cena alla sera (cena). Come già nel mondo greco, era quest’ultima in verità a rappresentare l’autentico pasto della giornata, il momento in cui il romano si riuniva con familiari o amici al termine di una giornata di lavoro. La consistenza dei singoli pasti variava a seconda del periodo storico, dello status della famiglia, dal fatto di abitare in città piuttosto che in campagna. Se un romano del periodo arcaico si accontentava di una cena frugale alla sera (vesperna), a partire dal II sec. a.C. fu necessaria l’emanazione di apposite leggi suntuarie per limitare la spesa in occasioni di pasti conviviali. Lo jentaculum avveniva le otto e le nove del mattino, e spaziava dal pane intinto nel vino, consuetudine greca, ai resti della sera precedente, olive, uova o formaggio, a voler restare leggeri. Ai bambini era riservato il latte (di pecora o di capra, quello di mucca non era molto diffuso e il latte d’asina era considerato più che altro un prodotto di bellezza per la cura della pelle), accompagnato da brioche fresche, salate o addolcite col miele, magari acquistate per la strada dal pistur dolciarius, l’equivalente di un odierno pasticciere. Intorno a mezzogiorno, si consumava il prantium: solitamente uno spuntino durante la pausa di lavoro, portato da casa o, per i più fortunati ed abbienti, acquistato dai venditori ambulanti e nei locali pubblici. Si trovava da desinare con una certa facilità soprattutto in prossimità di luoghi molto frequentati come il Foro o le Terme, dove era un brulicare di posti di ristoro (thermopolia o popinae, gli equivalenti degli odierni fast food e tavole calde); non era necessario neppure darsi troppo da fare a cercarne uno, giacché avveduti proprietari spedivano i propri garzoni per le vie del centro e dentro gli stabilimenti, a vendere cibarie calde o fredde, secondo le esigenze della stagione. Se si mangiava a casa c’erano sempre gli avanzi del giorno prima e, comunque, si trattava di piatti freddi e veloci, da consumare in piedi e sine mensa.

Libum
Il libum era la focaccia tipica delle offerte alla varie divinità, dette, appunto, libagioni. Se ne preparavano due versioni, una dolce e una salata. Qui di seguito trovate la ricetta salata, così come riportata da Catone nel De Agricoltura:

Preparare un trito di due libbre di formaggio unito a una libbra di farina di grano tenero. Amalgamare con cura, aggiungere un uovo, mescolare e, lavorando l’impasto, fare delle pagnottine. Prendere una teglia, foderarne la base con uno strato di foglie d’alloro precedentemente ben lavate ed asciugate, poggiarvi sopra le pagnottine e cucinare al forno.

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