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I mulini del Signore macinano lentamente: quando sul Tevere si faceva la farina

La basilica di San Bartolomeo all’Isola, sull’Isola Tiberina, fu fondata nel 997 sulle rovine dell’antico Tempio di Esculapio e presenta un interno a tre navate, con tre cappelle per lato. A noi interessa l’ultima a sinistra, quella dedicata alla corporazione dei Molinari, che, sin dal 1626, aveva qui la propria sede religiosa. Gli affreschi sulle pareti, volti a richiamare e celebrare l’attività dei titolari della cappella, ci restituiscono le singolari immagini di piccoli mulini lignei ad acqua collocati in mezzo al Tevere. A partire dall’antichità, e sino al 1870, i mulini galleggianti, infatti, costituirono un elemento caratteristico del paesaggio fluviale tiberino: erano numerosissimi, ormeggiati lungo le sponde e particolarmente copiosi dove la corrente dell’acqua era più impetuosa. Il più grande e famoso era la cosiddetta Mola dei Fiorentini, che prendeva il proprio nome dalla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, all’inizio di Via Giulia, ma la maggiore ‘densità’ si registrava proprio sugli argini dell’Isola Tiberina, eletta sin dai tempi della Roma Imperiale a granaio dell’Urbe. I mulini svolgevano un ruolo chiave nell’economia della Roma papalina – soddisfacevano il fabbisogno di farina necessaria a produrre il pane, alimento base della popolazione romana – ma presentavano anche una serie di inconvenienti. Il maggiore e più pericoloso era legato alle piogge, che ingrossavano il volume delle acque. Spesso la piena spezzava gli ancoraggi dei mulini, che venivano trascinati in balia della corrente; in queste occasioni, o finivano per incastrarsi tra le arcate dei ponti, trasformandosi in dighe ed impedendo il regolare deflusso delle acque, oppure travolgevano le imbarcazioni ancorate nel porto di Ripa Grande o dell’Arsenale. Insomma, in caso di piena, le mole divenivano delle vere e proprie mine vaganti. Tanto che le alluvioni finirono per spazzarle via, sia in senso materiale che figurato: dopo la piena del dicembre 1870, durante la quale tre mulini spezzarono gli ancoraggi, si optò per la loro definitiva dismissione.

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