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Dagli all’untore: la ‘buca dei malati’ in Via delle Coppelle

La caratteristica e graziosa Via delle Coppelle, nel rione Sant’Eustachio, prende il nome dalle piccole botti da cinque litri con le quali si vendeva l’acqua acetosa. Lungo la strada, sul muro esterno della Chiese di san Salvatore, c’è una sorta di buca delle lettere, che reca incisa questa iscrizione.

QUI DEVONO METTEREI VIGLIETTI/TUTTI GLI OSTI ALBERGATORI/ LOCANDIERI ED ALTRI PER DARE/NOTIZIE DE’ FORESTIERI/CHE SI INFERMANO NELLE LORO CASE/ALLA VENERAB. CONFRAT. DELLA/DIVINA PERSEVERANZA CON/AUTORITA’ APOSTOLICA ERETTA/A TENORE DELL’ULTIMO EDITTO/DELL’E.MO VICARIO IL/DÌ XVII DICEMBRE MDCCXLIX

Ma che vuol dire esattamente? E a cosa serviva questa cassetta postale di marmo affissa nel muro il 17 dicembre del 1749? Per comprenderlo dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, nella Roma del XVIII secolo. In un’epoca in cui gli antibiotici erano sconosciuti, in cui non esistevano farmaci (a meno che non consideriate gli occhi di granchio e il mercurio delle medicine), la diffusione di una malattia epidemica era un’evenienza temutissima. Per questo motivo, in tutte le città si guardavano con grande sospetto gli stranieri, potenziali portatori di morbi ignoti e letali. Lo stato Pontificio, dunque, invitava tutti gli osti, i locandieri e gli albergatori a denunciare quanti, tra i loro clienti, fossero affetti da una qualche malattia, depositando le segnalazioni nell’apposita buca ‘dei malati’. Le denunce erano raccolte dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento della Divina Perseveranza, fondata nel 1633 con lo scopo di assistere gli infermi nelle locande, negli ostelli e nelle taverne, luoghi tradizionalmente frequentati dai forestieri. Gli uomini della confraternita, una volta raccolta la segnalazione, correvano immediatamente al capezzale dell’infermo, prestando le cure del caso e provvedendo, se necessario, ad isolare le persone infette, impedendo il dilagare di un’epidemia.

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