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Chi butteresti dalla torre? La Rupe Tarpea

Inoltrandosi lungo Via Vico Jugario, corrispondente all’antico ‘Vicus Jugarius’ (che in latino vuol dire ‘strada dei costruttori di gioghi’) per spingersi sino alle estreme pendici del Campidoglio, a lato della Chiesa di Santa Maria della Consolazione, si giunge in un luogo pressoché immutato dall’epoca della fondazione di Roma, un’isola fuori dal tempo, avvolta dalle nebbie della storia e del mito.

E’ la cosiddetta Rupe Tarpea, un costone di roccia ripido e scosceso, che ci mostra oggi il medesimo volto aspro sfoggiato più di duemila anni fa.

Da qui i Romani facevano precipitare i traditori della patria condannati a morte, simbolicamente espellendoli dall’Urbe (e dalla vita terrena).

La rupe deve il suo nome – e anche la sua macabra funzione – a un episodio che affonda le proprie radici dell’incerta e grandiosa narrazione della fondazione: nel IV secolo a.C. Roma – ben lontana dall’essere ‘caput mundi’ – era in guerra contro i Sabini di Tito Tazio, che la cingevano d’assedio. Nulla avrebbero potuto contro la possente cinta muraria se non avessero ricevuto un inaspettato aiuto da Tarpeia, una vergine vestale che dischiuse loro l’accesso del Campidoglio chiedendo, in cambio del tradimento, quello che i guerrieri sabini portavano al braccio sinistro. La sventurata pensava ad armille ed anelli. Sfortunatamente, nella sinistra i Sabini impugnavano anche pesanti scudi di bronzo, sotto i quali scacciarono l’infida Tarpeia, dandole la morte e, allo stesso tempo, anche l’immortalità. Tutti i traditori dell’Urbe, da allora in poi, avrebbero pagato il loro reato sulla rupe che porta il nome della malevola vestale.

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